Tra nebbia e fango

Alla negazione della libertà, e perfino della possibilità della libertà, corrisponde la concessione di libertà atte a rafforzare la repressione. Herbert Marcuse
sabato, 20 giugno 2009

La deriva etica del paese di Enrico Cerquiglini

LA DERIVA ETICA DEL PAESE

 

Stiamo assistendo da anni a qualcosa che forse anche i sociologi più attenti hanno sottovalutato e sottostimato: la deriva etica del paese. I fatti che le cronache delle gazzette stigmatizzano, non senza una certa pruderie, stanno producendo uno strano effetto, spesso opposto a quello che molti si sarebbero aspettati. Anziché montare l’onda dell’indignazione – come dovrebbe essere in paese civile –, monta un’ondata di simpatia/invidia per il premier e la sua cerchia di fedelissimi.

Non è in sé importante se le accuse, più o meno velate, verranno provate o smentite da indagini giudiziarie et similia, ma è importante sentire i commenti della gente. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe è scattato un senso di simpatia per i presunti stravizi del premier. “Che c’è di male se un settantenne si accompagna con una sedici-diciassettenne?”, “Che c’è di male se le riunioni politiche vengono allietate da giovani donne che dietro pagamento intrattengono sessualmente i partecipanti?”, “Magari avessi io 2/3000 euro per scoparmi una così!”, “Ma è normale se una ragazza vuol fare televisione che debba passare per più di un letto!”, “Le ragazze sanno che se vogliono far strada devono darla via”. Non sono estratti di uno stupidario maschilista ma frammenti di un discorso da bar, trascritti letteralmente (sono state omesse solo le bestemmie, usate come intercalari, ed edulcorate alcune espressioni): la cosa più inquietante è che le poche donne presenti a questo sfoggio di erudizione annuivano e sorridevano – alcune erano giovani, probabilmente maturande o universitarie, altre signore sorrette da cure estetiche e dall’età imprecisabile.

Quando il discorso è poi passato sugli extracomunitari ho creduto di ascoltare vaneggiamenti himmleriani in idioma italiota. “Bisogna sparare sulle barche che arrivano (bestemmia omessa)”, “Hanno rotto i coglioni tutti questi negri, marocchini, albanesi e romeni, se ne devono tornà a casa loro (altra bestemmia)”, il più intellettuale del gruppo aggiungeva che “se vogliono stare qui, devono lavorare e starsene a casa e non devono rompere le scatole alle nostre donne” e giù una casistica di mascalzonate commesse da extracomunitari e di vendette consumate al di là del bene e del male, nel silenzio della valle del Tevere.

Quello che inquieta è che questi discorsi non sono fatti da fanatici fascistoidi ma da persone “normali”, che si definiscono e spesso votano in direzioni diversi, pur condividendo una visione di questo tipo.

La cosa in sé non fa statistica, ma anche in altre parti mi è capitato di sentire, con termini più o meno simili, identici discorsi. Soprattutto – e questo mi fa molto male – mi è capitato di sentirli da ragazzi, da studenti e studentesse, anche diligenti.

Cosa è successo in questo paese negli ultimi anni? Cosa ha trasformato un popolo povero ma virtuoso in un popolo rotto ad ogni basso compromesso? Cosa ha prodotto questo cambiamento che chiamare antropologico sembra un eufemismo?

Abbiamo assistito, nel silenzio assenso della politica, all’affermazione di una dittatura televisiva (non intendo con questo alludere alla concentrazione di reti televisive nelle mani del premier, ma ad una dittatura della televisione come unico ente educativo o dis/educativo). La dittatura si è imposta approfittando di un vuoto di cultura, di una recessione del pensiero, di un’incapacità delle istituzioni tradizionali a rappresentare il futuro e la progettualità esistenziale. La dittatura della società dei consumi è solo un epifenomeno di un sistema molto più articolato e composito. Consumare equivale a distruggere, a usurare il mondo attraverso i prodotti, ad annichilirlo, quasi in una prospettiva di lento ma inesorabile suicidio collettivo. Ma questo – di per sé già drammatico – non spiega tutto. Il consumo, non moderato da fonti educative, spinge ad un’ingordigia che non ammette repliche e limiti. Tutto, attraverso il possesso della moneta, si può e si deve consumare, in una specie di apoteosi dell’ego assassino. Il possessore di moneta – non importa come ottenuta – assurge al ruolo di un semidio – o vero e proprio dio – e come tale impone il suo volere/potere. Essendo tutto monetizzato, tutto può essere acquistato: giovinezza esteriore, donne, ville, suv, voti, ecc, tutto è disponibile e niente è precluso. Questa logica non è frutto esclusivo di questa epoca: è sempre esistita in quasi tutte le civiltà, il fatto inedito è che sia stata fatta propria dalle cosiddette categorie subalterne e additata come meta da raggiungere, a tutti i costi (la legalità, base di ogni stato moderno, è diventata un peso illiberale!).

Inedito, ma non troppo, è anche il rapporto tra la società onnivora e la Chiesa. Questa, per secoli, semplificando, ha svolto una funzione di moderazione degli appetiti umani, attraverso una pressione morale che si pretende universale. In termini astratti e concettuali la pressione morale non si è alleggerita, si è fatta anzi, con l’avvento al soglio pontificio di Ratzinger, ancora più integralista. La realtà però si discosta dai propositi: paradossalmente i difensori ufficiali del cattolicesimo appartengono a categorie che sono fuori dalla Chiesa in quanto divorziati (Casini e Berlusconi) e appartengono, almeno il secondo, ad una categoria che nulla ha a che vedere col cristianesimo ma ne è anzi l’esatta antitesi. Anche i miei avventori del bar sono buoni cattolici: conoscendoli so che vanno a Messa la domenica, che prendono l’eucarestia, che hanno saldi – a parole – i principi del cristianesimo e che raccolgono pure somme da destinare alle missioni. Si tratta di un caso di schizofrenia di massa? Non credo proprio. La Chiesa è vista – oggi come mai prima – non tanto come casa del cristianesimo ma come istituzione, come fonte di potere e di legittimazione. Basta aderire esternamente a quelli che sono i dettami della religione per essere investiti della “simpatia” ecclesiale. Basta osservare una condotta pubblica – poco conta quella privata – irreprensibile e si è considerati “buoni cristiani” e si destinati ad usufruire della bontà del clero italico (non tutto, per fortuna!).

Si finisce per constatare che c’è una strana identità tra i sostenitori dei valori cattolici e dei valori dell’ego assassino. Naturalmente tutto questo non suscita indignazione perché la dignità presuppone una considerazione etica del rapportarsi col prossimo e col mondo tutto e l’ego assassino prescinde da ogni etica, da ogni astrazione morale, chiuso com’è nel culto di sé.

Altra istituzione che avrebbe dovuto contrastare questo avvento dell’ego assassino è la scuola. E qui siamo alle dolenti note. La scuola purtroppo non forgia più la società, ne va al rimorchio. La sua scala di valori è considerata inadeguata coi tempi: richiede sforzo, fatica, applicazione, sacrifici per raggiungere risultati che spesso si possono raggiungere percorrendo altre strade, cercando scorciatoie socialmente non più condannate.

“Perché impegnarsi a scuola per raggiungere un diploma o una laurea che mi permette di accedere a un lavoro che mi darà appena da vivere quando posso con un po’ di scaltrezza raggiungere posizioni economiche ben più ragguardevoli? Perché sfinirsi nello studio quando sapersi vendere vale più di quanto si sappia fare?”

Sono domande che echeggiano nelle aule scolastiche, domande che nascono nelle case, nelle strade, nei bar, nei luoghi di ritrovo e che sono figlie di una società senza più etica, senza più senso della responsabilità.

La scuola, tranne rare eccezioni, è incapace di fornire risposte che motivino scelte esistenziali e sociali diverse, e si limita a un gioco delle parti spesso inquietante: lo studente finge di interessarsi a cose che l’insegnante ritiene basilari per la costruzione di un progetto di vita e l’insegnante finge di credere alla lezioncina imparata a memoria. Ma se poi si chiede ai ragazzi cosa mai hanno avuto dalla scuola, la risposta, quando è sincera, è inquietante: “Nulla!”. Come se non bastasse, la scuola è vista, dai cultori dell’ego assassino, come un peso, una istituzione costosa, ingombrante e spesso inutile in quanto non sempre in linea con la de/costruzione in atto. Nella scuola quindi si annidano forme di resistenza – sempre più flebili, a dire il vero – al nuovo progetto post/umano.

Parlare di etica, quindi, espone solo al riso dei più. Eppure senza etica non esiste struttura umana in grado di sopravvivere.

 

Enrico Cerquiglini

postato da enricocer alle ore 15:15 | link | commenti (11)
categorie: cultura, scuola, società, solidarietà, impegno sociale, impegno politico, enrico cerquiglini

Commenti
#1    20 Giugno 2009 - 17:02
 
Analisi lucida e putroppo realista. Mi piacerebbe che da questo articolo sviluppassi un saggio.
Devo ammettere che è proprio così, anche io ho assistito a scene simili e, secondo me, non c'è limite al peggio. Possiamo ancora scendere più basso noi italioti. Il problema è che abbiamo esportato questo modello, un certo modello come avvenne negli anni '20. Devono passare 20 anni ed una catastrofe?

Un caro saluto

Luca Ariano
utente anonimo

#2    21 Giugno 2009 - 11:07
 
enrico condivido in pieno ma lasciami una piccola considerazione: se ragazzotte di 18 anni vogliono il rifacimento seno quale premio per il diploma sclastico e i genitori consentono a me pare la ciliegina sulla torta rispetto a quanto evidenzi te! sono nauseato e disgustato, non pensavo di rimpiangere la vecchia DC ma ammetto che un tantino la rimpiango rispetto a cialtroni privi di etica e buon gusto!
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#3    21 Giugno 2009 - 12:26
 
Le istituzioni sono specchio del paese reale, sia nei costumi (e malcostumi) che nei valori (e disvalori) . Paradossalmente una democrazia con meccanismi tali da consentire precise corrispondenze in tal senso ci darebbe un'Italia forse peggiore di questa. E se si vivesse in tempi di vacche grasse esploderebbero probabilmente le spese per chirurgia estetica, beni di lusso, casting e lap dance...
Vanità delle vanità (Qoélet)
Grazie ad Enrico per il contributo di rara chiarezza e triste attualità
Antonio Fiori
utente anonimo

#4    21 Giugno 2009 - 13:19
 

Caro Enrico, cari tutti,

analisi pienamente condivisibile, questa - sotto l'aspetto, appunto, analitico. Le soluzioni, pero', dove stanno?
Credo infatti che ormai a noi italiani spetti il compito etico-morale di avanzare proposte per stimolare una rinascita complessiva del Paese, poiche' di osservazioni simili alla presente ce ne sono molte in giro - e cio' depone ulteriormente a favore della lucidita' di Enrico - ma l'assenza di proposte costruttive ne costituisce il limite. Insomma di persone sensibili all' ''imbestialimento sociale'' ultimocorrente ne troviamo tante, ma non altrettante riescono a dire chiaramente quali dovrebbero essere (a loro avviso) i valori veri ed essenziali da ripristinare o ricercare per migliorare l'Italia.
Mi augurerei che Enrico, dunque - qualora sia in vista di piu' ampio lavoro saggistico-pamphlettistico d'identico argomento - voglia prendere in considerazione l'idea di aggiungere alle sue esemplari analisi anche delle altrettanto chiare e serie ipotesi o idee o indicazioni per realizzare un'Italia migliore di questa follia consumistica scaturente da ego ipertrofici.

Salutoni

Sergio Sozi
utente anonimo

#5    21 Giugno 2009 - 16:24
 
Caro Enrico,

questi festini con escorts ricordano "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" e il Duca di Blangis , i suoi amici gerarchi pervertiti, i procacciatori, i collaborazionisti...(il tutto rivisitato post-pasolinianamente, senza barlume di ideologia)...che dire di più...quando l'opinione pubblica non reagisce allo scandalo morale si è alla totale deriva. Hai perfettamente ragione. Tutto è tollerato, ...vige un clima di ricatto, di riduzione dell'etica a trash....

erm
utente anonimo

#6    21 Giugno 2009 - 16:28
 
Tanto rumore intorno alla Noemi Letizia...e la poverina non era che una delle centinaia di minorenni instradate per diventare escorts...(esclusive) del signorotto. Non biasimo le ragazze....ma i genitori - che hanno mandato Noemi alla villa in Sardegna ad intraprendere questa carriera da minorenne - li considero molto negativamente.

Erm
utente anonimo

#7    21 Giugno 2009 - 22:41
 
ma no Enrico sei tu, siamo noi che sbagliamo. sei -siamo solo dei vecchi moralisti, dei conservatori...
allineamoci (?) altro che etica!
...
porc...arghht'acci...


red
utente anonimo

#8    22 Giugno 2009 - 09:52
 
Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, pagg. 253-255

Alla negazione della libertà, e perfino della possibilità della libertà, corrisponde la concessione di libertà atte a rafforzare la repressione. È spaventoso il modo in cui si permette alla popolazione di distruggere la pace ovunque vi sia ancora pace e silenzio, di essere laidi e rendere laide le cose, di lordare l’intimità, di offendere la buona creanza. È spaventoso perché rivela lo sforzo legittimo e persino organizzato di conculcare l’Altro nel suo proprio diritto, di prevenire l’autonomia anche in una piccola, riservata sfera dell’esistenza. Nei paesi supersviluppati, una parte sempre piú larga della popolazione diventa un immenso uditorio di prigionieri, catturati non da un regime totalitario ma dalle libertà dei concittadini i cui media di divertimento e di elevazione costringono l’Altro a condividere ciò che essi sentono, vedono e odorano.

Come può una società ch’è incapace di proteggere la sfera privata dell’individuo persino tra i quattro muri di casa sua asserire legittimamente di rispettare l’individuo e di essere una società libera? È ovvio che una società vien definita libera da ben altri fondamentali risultati, oltre che dall’autonomia dei privati. Eppure, l’assenza di quest’ultima vizia anche le maggiori istituzioni della libertà economica e politica, negando la libertà alle sue nascoste radici. La socializzazione di massa comincia nella casa ed arresta lo sviluppo della consapevolezza e della coscienza. Per giungere all’autonomia si richiedono condizioni in cui le dimensioni represse dell’esperienza possano tornare di nuovo alla vita; la loro liberazione richiede la repressione delle soddisfazioni e dei bisogni eteronomi che organizzano la vita in questa società. Quanto piú essi son diventati le soddisfazioni ed i bisogni propri dell’individuo, tanto piú la loro repressione apparirebbe come una privazione davvero fatale. Ma proprio in virtú di tale carattere fatale essa può produrre il requisito soggettivo primario per un mutamento qualitativo, vale a dire la ridefinizione dei bisogni.

Si prenda un esempio (sfortunatamente fantastico): la semplice assenza di ogni pubblicità e di ogni mezzo indottrinante di informazione e di trattenimento precipiterebbe l’individuo in un vuoto traumatico in cui egli avrebbe la possibilità di farsi delle domande e di pensare, di conoscere se stesso (o piuttosto la negazione di se stesso) e la sua società. Privato dei suoi falsi padri, dei capi, degli amici, e dei rappresentanti, egli dovrebbe imparare di bel nuovo il suo ABC. Ma le parole e le frasi che egli formerebbe potrebbero venir fuori in modo affatto diverso, e cosí dicasi delle sue aspirazioni e paure.

È certo che una situazione simile sarebbe un incubo insopportabile. Mentre la gente può sopportare la produzione continua di armi nucleari, di pioggia radioattiva, e di alimenti discutibili, essa non può (proprio per questa ragione!) tollerare di essere privata del trattenimento e dell’educazione che la rende capace di riprodurre i meccanismi predisposti per la sua difesa o per la sua distruzione. L’arresto della televisione e degli altri media che l’affiancano potrebbe quindi contribuire a provocare ciò che le contraddizioni inerenti del capitalismo non provocarono – la disintegrazione del sistema.

Indignarsi, non basta. Consiglio la lettura del recente Speranze di Paolo Rossi, Ed. Il Mulino, 2009.

Elena
utente anonimo

#9    23 Giugno 2009 - 14:51
 
Mi dispiace per l'Italia. Berlusconi ha consenso perchè è il perfetto uomo medio italico, in cui la maggior parte degli italiani si identifica. Regolatevi da questo per fare un bilancio morale di Berluscono cime dell'Italiano medio (vi ricordate, no?, come lo descrisse Pasolini, ne La ricotta?)
erminia
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#10    30 Giugno 2009 - 13:10
 
Ciao Enrico, molto interessante il tuo articolo... mi viene da aggiungere che sicuramente non è una deriva casuale...il controllo dei mezzi di informazione, il voluto degrado della scuola e università, la voluta programmazione "spazzatura" nelle reti televisive, il voluto prevalere della logica dell'intrattenimento a quella della cultura, se sommiamo tutti questi fattori (e molti altri) è naturale che si sia arrivati a questa situazione. Chi l'ha voluto? Bella domanda, sicuramente i poteri forti.
A presto.

Matteo Schifanoia.
utente anonimo

#11    27 Agosto 2009 - 11:38
 
mi pongo due domande a contrasto:
1- se i giovani non amano studiare chi produrrà le conoscenze necessarie a questa società che sfrutta sempre più alte tecnologie, anche solo per rifarsi il viso, le tette, il sedere...? Ma non solo per quello.
2- Gli attuali produttori di tecnologie sofisticate, con ricaduta a bassissima qualità del prodotto finito (i rifatti) perchè continuano a vendere le loro ricerche , in definitiva a vendersi?
Dove sta, a questo punto, la soluzione? Se nessuno vuole più studiare chi produrrà quanto ora è ritenuto fondamentale? Quelli che producono lo fanno per soldi e dunque se "i cervelloni " mancano di presupposti etici (?) quale sarà il volano del futuro? Ora siamo in de-pressione, ma ancora non ho avuto modo di sentire idee notevoli capaci di produrre cambiamenti. Un tempo si è ricorso alla guerra (anche oggi le si fa, mirate, con coinvolgimenti calibrati agli interessi dei paesi che entrano in conflitto.)Non ci sono guerre di liberazione solo ulteriore colonizzazione, tale e quale è la colonizzazione effettuata dai media fino a produrre la "d'eco(o)struzione" del pensiero in molti ceti non protetti. Prendo ad esempio l'Argentina e vedo là quello che sta accadendo in quasi tutti i governi del mondo, come del resto è sempe accaduto in ogni epoca storica, per le stesse classi sociali. Non se ne è usciti, se non per intervalli brevissimi, poi di nuovo nell'abominio di un pensiero greve,gretto, individualista, nazionalista, schiavista, un pensiero che consuma e non ha summe, né teo-logiche, né i-deo-logiche. E non esistono vaccini per la fame di potere, la bestialità peggiore resta quella dell'uomo.Molto più evoluti gli animali, se si trovano in deficit è solo per colpa dell'orrenda amministrazione dei suoli da parte dell'animale uomo, naturalisticamene il più fragile, il più debole anello. Sopravviveranno gli insetti? Forse anche l'uomo sta evolvendo in questa direzione! Vespe e veleno da iniettare nel pensiero e nei sentimenti. Grazie per l'analisi.f
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Chi sono

Utente: enricocer
Nome: Enrico Cerquiglini
Sono nato a Montefalco (PG) nel 1962, vivo a Gualdo Cattaneo (PG). Sono tra gli organizzatori del Premio Nazionale di Poesia “Sandro Pennaâ€. Miei scritti sono apparsi in diverse riviste, anche straniere, e in atti di convegni. In poesia ho pubblicato: Le correnti della landa, Roma, Gabrieli, 1982; Vendette azteche, Udine, Campanotto, 1994, Ballate B.I.T., Perugia, Grafiche 84, 1997, Tra nebbia e fango, Udine, Campanotto, 2006 e Fine attività (damnatio memoriae), Lulu, 2008. Altre pubblicazioni: Pier Paolo Pasolini - Uccellacci e uccellini (Dalla sceneggiatura alla realizzazione cinematografica), Udine, Campanotto, 1996 (saggistica) - La voce dolce di resa, Ascoli Piceno, Stamperia dell'Arancio, 2000 (antologia), Vicino alle nubi sulla montagna crollata, Udine Campanotto, 2008 antologia curata insieme a Luca Ariano), Lacerti critici, Lulu, 2007 (saggistica). e-mail: enricocer@libero.it Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001

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