Stiamo assistendo da anni a qualcosa che forse anche i sociologi più attenti hanno sottovalutato e sottostimato: la deriva etica del paese. I fatti che le cronache delle gazzette stigmatizzano, non senza una certa pruderie, stanno producendo uno strano effetto, spesso opposto a quello che molti si sarebbero aspettati. Anziché montare l’onda dell’indignazione – come dovrebbe essere in paese civile –, monta un’ondata di simpatia/invidia per il premier e la sua cerchia di fedelissimi.
Non è in sé importante se le accuse, più o meno velate, verranno provate o smentite da indagini giudiziarie et similia, ma è importante sentire i commenti della gente. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe è scattato un senso di simpatia per i presunti stravizi del premier. “Che c’è di male se un settantenne si accompagna con una sedici-diciassettenne?”, “Che c’è di male se le riunioni politiche vengono allietate da giovani donne che dietro pagamento intrattengono sessualmente i partecipanti?”, “Magari avessi io 2/3000 euro per scoparmi una così!”, “Ma è normale se una ragazza vuol fare televisione che debba passare per più di un letto!”, “Le ragazze sanno che se vogliono far strada devono darla via”. Non sono estratti di uno stupidario maschilista ma frammenti di un discorso da bar, trascritti letteralmente (sono state omesse solo le bestemmie, usate come intercalari, ed edulcorate alcune espressioni): la cosa più inquietante è che le poche donne presenti a questo sfoggio di erudizione annuivano e sorridevano – alcune erano giovani, probabilmente maturande o universitarie, altre signore sorrette da cure estetiche e dall’età imprecisabile.
Quando il discorso è poi passato sugli extracomunitari ho creduto di ascoltare vaneggiamenti himmleriani in idioma italiota. “Bisogna sparare sulle barche che arrivano (bestemmia omessa)”, “Hanno rotto i coglioni tutti questi negri, marocchini, albanesi e romeni, se ne devono tornà a casa loro (altra bestemmia)”, il più intellettuale del gruppo aggiungeva che “se vogliono stare qui, devono lavorare e starsene a casa e non devono rompere le scatole alle nostre donne” e giù una casistica di mascalzonate commesse da extracomunitari e di vendette consumate al di là del bene e del male, nel silenzio della valle del Tevere.
Quello che inquieta è che questi discorsi non sono fatti da fanatici fascistoidi ma da persone “normali”, che si definiscono e spesso votano in direzioni diversi, pur condividendo una visione di questo tipo.
La cosa in sé non fa statistica, ma anche in altre parti mi è capitato di sentire, con termini più o meno simili, identici discorsi. Soprattutto – e questo mi fa molto male – mi è capitato di sentirli da ragazzi, da studenti e studentesse, anche diligenti.
Cosa è successo in questo paese negli ultimi anni? Cosa ha trasformato un popolo povero ma virtuoso in un popolo rotto ad ogni basso compromesso? Cosa ha prodotto questo cambiamento che chiamare antropologico sembra un eufemismo?
Abbiamo assistito, nel silenzio assenso della politica, all’affermazione di una dittatura televisiva (non intendo con questo alludere alla concentrazione di reti televisive nelle mani del premier, ma ad una dittatura della televisione come unico ente educativo o dis/educativo). La dittatura si è imposta approfittando di un vuoto di cultura, di una recessione del pensiero, di un’incapacità delle istituzioni tradizionali a rappresentare il futuro e la progettualità esistenziale. La dittatura della società dei consumi è solo un epifenomeno di un sistema molto più articolato e composito. Consumare equivale a distruggere, a usurare il mondo attraverso i prodotti, ad annichilirlo, quasi in una prospettiva di lento ma inesorabile suicidio collettivo. Ma questo – di per sé già drammatico – non spiega tutto. Il consumo, non moderato da fonti educative, spinge ad un’ingordigia che non ammette repliche e limiti. Tutto, attraverso il possesso della moneta, si può e si deve consumare, in una specie di apoteosi dell’ego assassino. Il possessore di moneta – non importa come ottenuta – assurge al ruolo di un semidio – o vero e proprio dio – e come tale impone il suo volere/potere. Essendo tutto monetizzato, tutto può essere acquistato: giovinezza esteriore, donne, ville, suv, voti, ecc, tutto è disponibile e niente è precluso. Questa logica non è frutto esclusivo di questa epoca: è sempre esistita in quasi tutte le civiltà, il fatto inedito è che sia stata fatta propria dalle cosiddette categorie subalterne e additata come meta da raggiungere, a tutti i costi (la legalità, base di ogni stato moderno, è diventata un peso illiberale!).
Inedito, ma non troppo, è anche il rapporto tra la società onnivora e
Si finisce per constatare che c’è una strana identità tra i sostenitori dei valori cattolici e dei valori dell’ego assassino. Naturalmente tutto questo non suscita indignazione perché la dignità presuppone una considerazione etica del rapportarsi col prossimo e col mondo tutto e l’ego assassino prescinde da ogni etica, da ogni astrazione morale, chiuso com’è nel culto di sé.
Altra istituzione che avrebbe dovuto contrastare questo avvento dell’ego assassino è la scuola. E qui siamo alle dolenti note. La scuola purtroppo non forgia più la società, ne va al rimorchio. La sua scala di valori è considerata inadeguata coi tempi: richiede sforzo, fatica, applicazione, sacrifici per raggiungere risultati che spesso si possono raggiungere percorrendo altre strade, cercando scorciatoie socialmente non più condannate.
“Perché impegnarsi a scuola per raggiungere un diploma o una laurea che mi permette di accedere a un lavoro che mi darà appena da vivere quando posso con un po’ di scaltrezza raggiungere posizioni economiche ben più ragguardevoli? Perché sfinirsi nello studio quando sapersi vendere vale più di quanto si sappia fare?”
Sono domande che echeggiano nelle aule scolastiche, domande che nascono nelle case, nelle strade, nei bar, nei luoghi di ritrovo e che sono figlie di una società senza più etica, senza più senso della responsabilità.
La scuola, tranne rare eccezioni, è incapace di fornire risposte che motivino scelte esistenziali e sociali diverse, e si limita a un gioco delle parti spesso inquietante: lo studente finge di interessarsi a cose che l’insegnante ritiene basilari per la costruzione di un progetto di vita e l’insegnante finge di credere alla lezioncina imparata a memoria. Ma se poi si chiede ai ragazzi cosa mai hanno avuto dalla scuola, la risposta, quando è sincera, è inquietante: “Nulla!”. Come se non bastasse, la scuola è vista, dai cultori dell’ego assassino, come un peso, una istituzione costosa, ingombrante e spesso inutile in quanto non sempre in linea con la de/costruzione in atto. Nella scuola quindi si annidano forme di resistenza – sempre più flebili, a dire il vero – al nuovo progetto post/umano.
Parlare di etica, quindi, espone solo al riso dei più. Eppure senza etica non esiste struttura umana in grado di sopravvivere.
