
Si chiama Vito, ha diciassette anni, sogni e paure dei diciassette
anni, Vasco Rossi a palla e fede bianconera, diciassette anni
e la scuola e il calcio e la gita forse in Spagna e diciassette anni
per costruire in un liceo un sorriso un sogno di calcio e musica
e un amore, sì un amore, forse segreto, forse nascosto, da arrossire
allo sguardo da chewing gum, al sorriso in costruzione, un amore
da palpiti diuturni che si insinua nelle righe di una poesia, nel tackle
del difensore rude e tenero nello scusarsi, un amore che ti toglie
il sonno e ti disegna la vita. Vito ha diciassette anni e molti altri
da spendere nel vivere. Vito sa e non sa come i ragazzi del liceo,
Vito è vita in divenire. Sa che nel pomeriggio gioca a San Siro
la sua Juve, sa che forse è possibile l’aggancio… Ha solo diciassette
anni e sa, perché a diciassette anni lo si sa, che una partita non è solo
un prendere a calci una palla, è un misurarsi con illusioni e delusioni,
è uno scalare l’Everest e lanciarsi in parapendio verso il campo base,
verso villaggi che galleggiano tra le gole strette dell’Himalaya prima
di sfociare in città urlanti nella festa, è un conoscere una vetta che si nega,
come una ragazza, come un tabù. Vito ha diciassette anni e non sa
che il mondo gli crollerà addosso, il mondo in costruzione, il mondo
dell’adolescenza, il mondo dei passi rapidi, degli sguardi complici
o desolati. Vito è sotto le macerie e lascia tra il pietrisco bianconeri
slanci, l’urlo di Blasco e quell’amore che c’è sempre a diciassette
anni, e gli affetti veri, semplici, diretti e vivi – una famiglia
tra i pensieri e mille sorrisi e carezze – e Vito là resta senza vita,
per sempre vivo, giovane che non invecchierà, giovane sottratto
allo smacco degli anni, giovane sottratto al desiderio della vita.
“È l’ennesima tragica fatalità” – ma non credetegli – è l’ennesima
vita strappata alla vita che poco conta nel novero delle cose, un costo
abbattuto, un dolore che attraversa le coscienze e le carni prima
di aprire il vuoto in cui il potere, ogni potere ci getta. Molti, Vito,
in questi tempi parlano di sprechi e tagli, molti, troppi piangono
a telecamere accese, e si apprestano a tagliare e tagliare ancora
tanto non costano nulla le lacrime di circostanza e le fatalità sono
sempre in agguato, e un ingegnere che certifica sicurezza si trova
sempre, e qualcuno che tace per comodo e vigliaccheria pure.
Si chiamava Vito, aveva diciassette anni, sogni e paure dei diciassette
anni, le parole di Blasco e un sogno bianconero. Vito non corre più
dietro un pallone, Vito corre con chi corre e si abbandona al vento.
