IO CREDO PROPRIO DI AMARLA
di Enrico Cerquiglini
Gennaro Grieco, Apprendimento di cose utili, Genesi, Torino, 2007, pp. 363, € 15,00.
Apprendimento di cose utili di Gennaro Grieco è un testo poetico che dà la misura dell’autore, che antologizza un trentennio di produzione e militanza poetica. La poesia, sembra dirci Grieco, non è affatto inutile, anzi, nasconde in sé (e nemmeno troppo) il senso stesso del vivere, funge, almeno per l’autore, da contrappunto alla sgraziata realtà, all’azione nichilista dell’uomo, alla devastazione costante e masochista della natura. È, questo Apprendimento di cose utili, un percorso didattico di trasmissione di realtà da contrapporre all’irrealtà dilagante, alla glorificazione dell’inutile, alla nientificazione dell’irriducibile. È questo un libro coraggioso, fin dal titolo: la nostra società considera inutile ogni forma d’arte e particolarmente inutile la poesia ché si sottrae a qualsiasi trasformazione in merce (la poesia circola quasi clandestinamente, tra pochi adepti, non scala le classifiche delle vendite, non permette lauti profitti, è antimerce per antonomasia, al punto che “fare poesia” è diventato sinonimo di “perdere tempo”, di “perdere contatto con la realtà”). Affermare come fa Grieco che leggere, lasciarsi attraversare dalla poesia è “apprendere cose utili” significa ristabilire una scala valoriale che l’odierna tecnocrazia finanziaria credeva di aver finalmente rovesciato e sepolta: una scala che vede al centro dell’agire il bene dell’uomo e del suo ambiente, l’uomo tra le altre specie viventi, l’uomo come elemento della natura arricchito da un sentire ch’è “spirito vitale”. Anche il generico “cose” sembra muoversi in questa direzione: non la “cosa” deificata, l’artefatto, il manufatto, la nozione professionale, ma la “cosa” come si offre alla coscienza umana, come di più costituente l’animale uomo. È “cosa”, quindi costruzione, la percezione del mondo e del male che vi alberga ed è “cosa” il potervi porre qualche rimedio, conoscendone i meccanismi portanti. Ed è “cosa” la sfera del sentire, cosa che sostanzia l’agire umano e che può e deve essere trasmessa da uomo a uomo con lenti processi di apprendimento.
Queste 363 pagine di versi rappresentano 30 anni di cammino poetico – cammino, non approdo –:. Grieco è ancora giovane e lontano dall’aver esaurito il compito che si è dato, dall’aver esaurito le curiosità umane, le indagini del cuore, i paradossi dell’irrealtà, anzi, forse in questi anni della maturità il suo versificare ha raggiunto un’autonomia linguistica ed espressiva che gli permette di cogliere con lucidità estrema l’orizzonte umano nel suo compiersi, nella sua occidentale accezione e la “petrosità” di certi componimenti testimoniano questa direzione, questa sfida poetica che stimola il poeta a destrutturare il vissuto, il visto, il saputo. Un poetare che diventa “dire”, civile partecipazione al dolore, pietas, indignazione.
Il linguaggio si è liberato, negli anni, dalle croste letterarie; senza scrupoli, pasolinianamente, è diventato strumento e non fine poetico e la poesia risulta “utile”, in grado cioè di cogliere l’umano quand’anche appare sommerso da scorie e ceneri. La lectio magistralis di Grieco sembra condensarsi in un verso di pag. 167: “Io, io credo proprio di amarla, la vita”, supportato e ribadito da una proposizione esistenziale: “L’uomo seppe di dover morire / capì che il dono è, comunque, nell’esserci” (pag. 272).
Apprendimento di cose utili è quel che si dice un libro vero e importante, un testo che consacra l’autore tra le voci più originali e meritevoli di attenzione del nostro panorama poetico. Si può dire che questo libro non si può non leggere e, soprattutto, rileggere e interrogare, con la certezza di trovarci suggerimenti, emozioni, passioni e dubbi che dovrebbero essere il patrimonio di ogni esistenza cosciente.
Gennaro Grieco (Rionero in Vúlture, 1953) vive a Torino, dove si è laureato in Pedagogia (ind. sociologico). È autore essenzialmente di poesia, ma anche di narrativa e di brevi saggi e interventi critici in rivista. Ha pubblicato sei raccolte poetiche in lingua: I percorsi del sentimento (1991), SuggèstoRivus Niger e scritture bastarde (1994), La vocazione e le idee (1995), Il Viaggio Virtuale (1997), Le Trentadue Ottave (2004), ora riunite nel volume Apprendimento di cose utili, Genesi Editrice, Torino, 2007, e una nel ritrovato dialetto di origine: Lu cunt’ r’ lu frat’ (2003). Con il fratello Albino, agronomo paesaggista, ha da ultimo dato alle stampe Vultur – se di un luogo antico la luce cantassimo (2005).
Da Apprendimento di cose utili, Genesi, Torino, 2007:
CHIUDERÒ. E INGHIOTTIRÒ L’UNICA CHIAVE
(Epitome)
Che mi cerchino, cercatori di aghi,
gigioneschi figuri dai sigari mozzati,
romantiche canaglie di terre perdute
dove l’unico orizzonte certissimo
è la polvere della fuga: che mi cerchino!
Che mi cerchino spostando di lato l’ombra
di nasi adunchi e grassi e mascelle prominenti
segnate d’urto da schiaffi eloquenti,
lanciando oltre lo sguardo presbite
presbiteriani anatemi a mo’ di esca
– pacchiana speranza, invero, oh santa coerenza! –
e viscide lusinghe condite
di bava rafferma agli angoli di apertura vorace
di bocche ermafrodite
: pirateschi codardi, plantigradi sciatti e molli,
manutengoli d’accatto
al mercato nero istituzionalizzato…
che mi cerchino, che mi cerchino ancora!
Onnivori malaticci agli arresti domiciliari,
tracannatori vampireschi di sangue immunodeficiente,
gran drittoni alle vitamine e cenerentoli in carrozza
con l’abito stirato delle trecento feste all’anno,
ragionieri improbabili di finanze puttanesche
e carpentieri dell’insulto con lo scudo dell’indulto,
giocolieri e funamboli nella giungla spopolata e muta,
licenziosi e ammicanti nei bordelli di questura…
che mi cerchino, sai che paura!
Venite, venite a prendermi nell’intrico aspro,
questuanti di quartiere e vocianti gutturali,
commedianti senza scena e venditori di almanacchi,
servette depilate e gaie monetizzate – o iorizzate? –
sciacquette d’inguine capace senza soluzione di continuità!
Chiuderò. E inghiottirò l’unica chiave
dopo aver speso – beninteso – l’ultima pigione.
Guadagnerò sterpaglie, raccoglierò erbacce incolte
ammorbato da fieno ammuffito da cattiva stagione.
E mi calerò. E mi ci calerò.
E non mi troverà nessuno!
21 giugno 1992, solstizio di estate piovosa
UN’IPOTESI È IL FUOCO ANTICO CHE ARDE
(Con le parole)
Certo non per foggiare ancora cieli
con il poco che resta dei colori,
o per le bizantine suggestioni
in coda a intramontabili tramonti;
nemmeno per noi che ci rimiriamo,
incredibili prede consenzienti,
le parole che – sole – ci portiamo.
Non per te Amore che pur canterò,
o per questa terra senza più semi
che agita croci e non segna più figli;
e per te, madre, un bacio sarà meglio,
dico ben più di mille ispirazioni.
Certo, parole; ma poi gli occhi spaziano
e attenti son testimoni del tempo,
si aspettano a volte misteri e incanti,
ma sfrondano temute storie di uomini;
con le parole svegliamo i silenzi,
quand’anche c’inventassimo – sfrontati! –
le improbabili ragioni del viaggio,
maneggiamo carne e sangue – e forse anime –
scostando il velo e carezzando il sogno.
E un’ipotesi è il fuoco antico che arde,
bruciore alto frainteso in metafora
dai discinti avventori delle fiere.
27 maggio 1993
(Nel Primo Maggio, per voi che restate)
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.
Franco Fortini, La gioia avvenire
Fate conto di un sangue senza spari
che anche l’orgoglio non riesce a tenere,
o dello squarcio di uno schiaffo cieco
che preso nel mucchio non puoi parare
: la cifra è misurata sulla carne
ed è l’esatto prezzo da pagare.
(Perché non è poi vero che l’unione
fa la forza, se proprio non c’è forza
nell’unione, la forza delle idee.
Perché abbiamo illuso forse anche i muri
con le grida in supplenza delle voci,
giocando con le scritte a fare i duri.
Perché abbiamo surrogato la storia
– e per quale rinuncia di orizzonte? –
con le suppliche vane e gli scongiuri.)
Fate conto di questo maggio, amici,
appendice del nostro lungo inverno,
o del passo sordo – e un lurido fiato –
di questo tempo che peggio promette.
(Perché qui adesso io vi lascio la vita
e con me trascino solo bestemmie.
Perché dietro il cancello che mi serrano
lascio vent’anni e in una tuta il cuore.
E perché non abbiate alcuna remora
a chiamarmi quando poi sarà l’ora
io con me porto la nostra bandiera.)
Farò io conto di un cielo che mi cade
per questa lettera senza un saluto.
E di quanto la pietà ancora vale
: per me, certo, e anche per voi che restate.
1 maggio 1994
IN VENTO DI FRONDA CHE TI TRASCINA
(Fuori è giorno)
E fuori, ti assicuro, è giorno, giorno
e poi sera, notte e di nuovo giorno;
è cifra impassibile di minuti
- che avvolgo - di un dono da meritare;
fuori è attesa di sicari, di lucciole,
di andirivieni - anche baci precari.
fuori è giorno, ti dico, è ancora giorno,
fetida arena, a volte, o malia splendida
in vento di fronda che ti trascina,
è rumori del passo e tulipani,
sudore d’anca e primavera ai campi;
è bisbiglio di nomi e di profumi,
fronte di fronti e sentimenti al macero,
carne alla catena - anche santi e fumi.
Fuori è giorno col caldo delle mani,
con le strette sui cuori di cartone;
sole e giorno anche in cera bassa di anni,
quando è sera al profilo delle case
e sulla via il lustro decide il peso.
Fuori è giorno anche questo giorno, dico,
io che di questo giorno inchiodo le ore
alla parete del tempo che inclina
: per farne linfa di vita, nutrirmi,
farne abito di una festa che aspetto
o mattanza di sogni sull’altare,
farne un nodo al fazzoletto o, magari,
nel sangue riottoso ai sensi assorbirle
in forma invisibile di ricami.
Fuori è giorno, ti dico: è ancora vita!
(19 marzo 1994)
