Non lo avvinse il canto delle sirene, lo vinse il suono delle sirene, quelle dell’alba
tra nebbia e rantoli di Nazionali nei polmoni, quelle della sera buia e fredda
riscaldata da un litro sfuso. Lo vinse il cancro non ancora cinquantenne
e un prete febbricitante acquistò la sua anima per due ostie e quattro madonne
che lavarono trentatre anni di catena e qualche migliaio di senza filtro
e una bibbia di bestemmie e imprecazioni e anni di lotte per l’uomo nuovo,
per il Partito, per uno straccio rosso e per il sogno di una cosa, di una casa…
Sei qui, anonimo, in queste mie dita: ciuffo scuro e fiato di vino nel fumo
di mille discussioni. Lampeggiano ancora i tuoi occhi e non ricordo il nome
fratello, ho la tua voce nel mio sangue ma non mi sovviene il nome. Ti porto
fuori dalla fabbrica, tra vetri e cemento, ascolti suadenti voci e ribestemmi
all’angolo di ogni via, tanto sei vivo, tanto sei vita. Portandoti in questi
vestiti sento che scalpiti e vorresti la parola: non ti rassegni, non ti consegni
alla morte. Me lo dicesti emaciato e semilicenziato, schiarendoti la voce,
passandomi una copia del Manifesto e Le mosche del capitale di Volponi.
Non ritrovo né il giornale né il romanzo: non ricordo l’articolo consigliato
e il libro l’ho letto anni dopo, ripensando a te o forse pensando solo a me
in uno stallo della vita, nell’abisso scavato del dolore. La vita ha le sue pieghe
– non devo dirlo io – dentro le quali riserva stalattiti e larve, magagne e chiavi
e proiettili di fuoco in chiaroscuri osceni. Si vive di elemosine e finti impegni,
si investe in azioni e beni di rifugio, si inscatolano amori e sentimenti, si lotta
per colpire prima di essere colpiti, si impegnano i propri effetti da strozzini
e medici, si tacciono i pensieri per dare al mondo il senso che non ha. Lo so
– lo so fin troppo bene – che si finisce per maledire tutto e realizzare il niente
e lo senti sui polpastrelli il peso dei muri, dei silenzi, degli imbarazzi mortali.
“Prendi quella donna che passa, dille che la ami, che il giorno senza lei per te
è notte, diglielo a mio nome, diglielo dalla terra che ingrasso, diglielo coi fiori
che mille primavere han fatto nascere, diglielo nel fumo di una sigaretta
dopo l’altra, nel bicchiere di vino che ti aspetta a sera. Diglielo a mio nome”.
È notte fonda, il sole è sempre tramontato, ed io so che freddo comporta
il verno, che tramontana spira in questi luoghi e conosco ad uno ad uno
gli alberi che brucio per ricercare un tepore che non appartiene al corpo,
e so che in queste sere in molte case si piange di dolore, si recitano rosari
per morti operai, si dispera per malati terminali, si impreca per una non vita
che si spegne lasciando solo cenere e qualche lacrima da disporre in cerchio.
E lo so, fratello che periodicamente riaffiori a noverarmi il tempo, lo so
che lasciando la vita senza averla vissuta, anche in occhi spenti dall’uso,
vorresti un supplemento di esistenza, un litro da bere senza pensare al costo,
un abbraccio di donna, una passeggiata nel bosco per coglier ciclamini
ma io ho solo Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine di Fortini.
